Dalla teoria alla pratica: la forma mentis che porta l’aula dentro il lavoro_
Le persone escono dal corso convinte, poi tornano a lavorare come prima: cosa manca fra il sapere e il fare?
Manca il passaggio dall’esempio dell’aula al caso proprio, e quel passaggio è una competenza: la chiamo forma mentis. Si allena in aula, lavorando sui casi veri dei partecipanti, e fuori, con il tempo e il permesso di provare. Gli studi sul transfer della formazione dicono che conta il corso, e conta altrettanto l’ambiente di lavoro.
Perché quello che si impara in aula non arriva al lavoro?
Perché il passaggio dall’aula al lavoro non è automatico. La ricerca lo studia da decenni con un nome preciso: transfer della formazione.
Baldwin e Ford, in una rassegna del 1988 che resta il punto di partenza, lo descrivono con due condizioni: quello che si è imparato va generalizzato al proprio lavoro, e deve durare nel tempo. Le cause che lo favoriscono o lo bloccano stanno in tre posti: come è progettato il corso, chi lo frequenta, l’ambiente di lavoro a cui si torna.
In Italia uno dei pochi lavori pubblici sul tema è dell’Agenzia sanitaria e sociale dell’Emilia-Romagna, che per un anno ha chiesto ai partecipanti dei suoi corsi, a distanza di tempo, quanto avessero portato nella pratica. I problemi emersi stavano soprattutto nell’organizzazione: il sostegno dei responsabili e le occasioni concrete di usare quello che si era imparato.
Quindi la domanda «il corso era buono?» copre solo una delle tre parti. Le altre due sono la persona che deve fare il passaggio e il posto in cui lo deve fare.
Fonti: Baldwin e Ford, Transfer of training: a review and directions for future research, Personnel Psychology, 1988 (abstract) ↗ (letta il 11/10/2026) · Agenzia sanitaria e sociale regionale dell’Emilia-Romagna, Dossier 271, Apprendere in aula per applicare al lavoro, 2021 ↗ (letta il 11/10/2026)
Cos’è la forma mentis, detta in pratica?
È l’abitudine di chiedersi, davanti a un principio, dove va nel proprio lavoro: su quale pratica, con quale cliente, in quale documento. E poi di provarci davvero, sbagliando le prime volte.
La chiamo forma mentis perché è un modo di pensare più che un contenuto, e si allena come una competenza: con l’esercizio, con il ritorno di qualcuno, con il tempo. Si riconosce da un segnale preciso: la persona smette di chiedere «come si fa?» e comincia a dire «nel mio caso lo farei così».
Oggi pesa di più, perché i modi di applicare cambiano in fretta. Gli strumenti AI aggiornano funzioni e schermate di continuo, i canali del marketing cambiano regole, i team cambiano composizione. Chi ha imparato solo la procedura vista in aula si ferma alla prima versione nuova; chi ha imparato a tradurre il principio nel proprio caso la rifà da solo.
Si può allenare, o qualcuno ce l’ha e qualcuno no?
In parte dipende dalla persona, e la ricerca lo dice senza giri di parole. Una meta-analisi di Blume, Ford, Baldwin e Huang su 89 studi trova il transfer legato all’abilità cognitiva, alla coscienziosità, alla motivazione e a un ambiente di lavoro che sostiene.
Lo stesso studio aggiunge un dato utile a chi compra formazione. Motivazione e ambiente pesano di più quando il corso insegna competenze aperte, come la leadership, che quando insegna competenze chiuse, come l’uso di un software. Le competenze aperte sono quelle senza una sola risposta giusta: comunicare, negoziare, decidere.
Io ci metto anche l’uso dell’AI sul lavoro. Trovare il pulsante giusto è una competenza chiusa; decidere cosa chiedere e cosa fare della risposta è una competenza aperta, ed è la parte che decide se lo strumento serve.
Sulla persona un’azienda può fare poco nel breve periodo. Sulla motivazione, sul modo in cui è costruito il corso e sull’ambiente a cui le persone tornano può fare molto, ed è lì che conviene mettere le energie.
Fonti: Blume, Ford, Baldwin e Huang, Transfer of training: a meta-analytic review, Journal of Management, 2010 (abstract) ↗ (letta il 11/10/2026)
Come si allena in aula?
Partendo dal caso di chi è seduto lì, e lasciando l’esempio pronto per ultimo. Un esempio per ciascuno dei tre temi che insegno:
▸ AI: il principio del contesto si prova sul documento che la persona deve scrivere quella settimana, con i suoi allegati e il suo destinatario.
▸ Marketing: il posizionamento si discute sull’offerta dell’azienda dei partecipanti, con i loro concorrenti e i loro prezzi.
▸ Soft skills: una tecnica di negoziazione si prova su una conversazione vera che la persona ha in agenda, preparata in aula e ripassata con un collega.
Due regole aiutano più di qualsiasi slide. La prima: ogni blocco si chiude con una domanda scritta, dove lo userai nei prossimi dieci giorni e su cosa, e alla sessione dopo si riparte dalle risposte. La seconda: si esce con qualcosa che si usa subito, una richiesta salvata, una bozza, la scaletta della riunione della settimana dopo.
Per questo un percorso a sessioni distanziate rende più di una giornata sola: fra una sessione e l’altra c’è il lavoro vero su cui provare, e la sessione dopo parte da lì.
Cosa deve succedere in azienda dopo il corso?
È la parte che il formatore non controlla, e lo studio dell’ASSR la indica come il punto debole: il sostegno dei responsabili e le occasioni concrete di usare quello che si è imparato. Quattro cose bastano.
▸ Il responsabile chiede. Una domanda nella riunione della settimana dopo è sufficiente: cosa hai provato, cosa non ha funzionato.
▸ C’è un caso su cui provare. Se nelle due settimane dopo il corso nessuno ha un lavoro su cui usare quello che ha imparato, il ricordo sbiadisce prima dell’uso.
▸ C’è il permesso di sbagliare le prime volte. Con l’AI il permesso ha anche una forma scritta: le regole d’uso, cosa si può caricare e cosa no.
▸ Qualcuno guarda a distanza. Un passaggio dopo qualche settimana, anche di mezz’ora con i responsabili, dice più del questionario di fine corso.
Fonti: Agenzia sanitaria e sociale regionale dell’Emilia-Romagna, Dossier 271: le criticità emerse sul trasferimento, soprattutto organizzative ↗ (letta il 11/10/2026)
Come capisci, prima di comprarlo, se un corso porterà alla pratica?
Dalle risposte a quattro domande, da fare a chiunque te lo proponga, me compreso.
▸ Su quali casi lavoriamo? Se la risposta è «su esempi del vostro settore», chiedi quanti saranno davvero vostri.
▸ Cosa resta scritto alla fine di ogni sessione?
▸ Cosa succede dopo l’ultima ora: c’è un passaggio a distanza, e chi lo fa?
▸ Cosa serve dall’azienda, prima e dopo: i file, una persona di riferimento, il tempo per provare?
Chi ha progettato il passaggio dall’aula al lavoro risponde a tutte e quattro senza fatica. Se le risposte parlano solo del programma, il passaggio alla pratica dovrai organizzarlo tu.
Domande frequenti
- Cos’è il transfer della formazione?
- È la misura in cui chi ha seguito un corso applica nel lavoro quello che ha imparato, e continua a farlo nel tempo. La ricerca lo lega a tre cose: come è fatto il corso, chi lo segue, l’ambiente di lavoro a cui si torna.
- Perché dopo un corso si torna a lavorare come prima?
- Perché nessuno ha fatto il passaggio dall’esempio dell’aula al caso proprio, oppure perché in azienda è mancato lo spazio per provarci: nessuno chiede com’è andata, non c’è un caso su cui provare, non c’è il permesso di sbagliare.
- La forma mentis si può insegnare?
- Si allena, come ogni competenza: lavorando in aula sui casi veri dei partecipanti, chiudendo ogni blocco con dove lo useranno, e lasciando tempo fra una sessione e l’altra per provare sul lavoro.
- Vale anche per i corsi sull’AI?
- Vale di più, perché gli strumenti cambiano spesso. Chi ha imparato solo i menu si ferma alla versione nuova; chi ha imparato a portare il principio nel proprio lavoro si adatta da solo.
Nella scheda formatore trovi come lavoro in aula, cosa resta a ogni sessione e un programma tipo costruito così.
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- come lavoro in aula e cosa resta il giorno dopo
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